Il Blog di Giuseppe Previti

La casa dei sette cadaveri – Jefferson Farjeon – I gialli del Corriere della Sera

Pubblicato per la prima volta in Inghilterra nel 1939 è stato poi pubblicato in Italia negli anni ’50 per Aldo Martello Editore con il titolo “La palla da cricket” nella collana “I Gialli del Veliero” e successivamente da Polillo Editore, nella Collana “I Bassotti”, edizione dalla quale è stata ripresa quella in edicola col Corriere della Sera.
Si tratta di un giallo dal gusto un po’ retrò e vedremo perché. La trama ha un inizio quanto mai coinvolgente. Un ladro molto sfortunato e poco abile entra in quella che gli sembra una casa vuota. Dopo essersi rifocillato in cucina, comincia a guardare nelle stanze del piano terra ed una di queste, chiusa a chiave dall’esterno, gli riserverà una terribile sorpresa. Come si evince dal titolo, ben sette cadaveri lo stanno aspettando in salotto. In preda al terrore fugge a gambe levate – è il caso di dirlo! – perdendo per strada i cucchiai e le forchette in argento che si è intascato. Ma qualcuno lo sta seguendo.
Chi lo segue è un giornalista capitato lì per caso che, attratto dal suo strano comportamento, lo condurrà nelle braccia della polizia. Ovviamente inizieranno subito le indagini e ci troveremo a seguire il riflessivo ispettore Kendall, il molto meno brillante sergente Wade e anche il giornalista free-lance Thomas Hazeldean che, avendo braccato il ladro, ottiene il permesso di partecipare alle indagini.
La casa è stata abbandonata in fretta e furia la sera prima e il proprietario, il Signor Fenner, e sua nipote Dora, sembrano scomparsi. I sette corpi della casa non presentano alcuna ferita e non ci si capacita del motivo della loro morte, né da dove siano arrivati. Un colpo d’arma da fuoco è stato esploso ed ha colpito un ritratto a olio che raffigura la signorina Dora Fenner da piccola appeso in sala da pranzo. E una vecchissima e mal ridotta palla da cricket fa sfoggio di sé sulla mensola del camino.
Le indagini sembrano, ad un lettore attento, molto approssimative, forse anche per la presenza del giornalista che in seguito ad una intuizione parte con la sua barca alla volta di Boulogne per rintracciare la nipote sicuramente – a suo avviso – in pericolo.
Il giallo a questo punto si tinge di rosa e inizia il suo gusto retrò: il giovane giornalista ha un debole per la signorina Dora Fenner che viene rappresentata come una persona debole, bisognosa di aiuto e di protezione. Il giovane Hazeldean non farà una bella figura nel ruolo di cavalier servente, ma, intuizione dopo intuizione seguiremo l’ispettore Kendall fino alla conclusione del caso e al ritrovamento dell’assassino.
Prima di questo però ci saranno raccontate più storie all’interno della storia: una di queste riguarda il naufragio dello zio di Dora, durante il suo viaggio dal Sud Africa verso l’Inghilterra. Un’altra, tempo dopo, vede un’imbarcazione che, diretta a Città del Capo, rimane in balia di una terribile tempesta ed esce di rotta. Fortunatamente il suo unico danno sarà la perdita di una barca. Un’altra storia riguarda la lettura del diario di un naufrago che racconta la lotta per la sopravvivenza sua e di altri sette compagni di sventura su un’isola sperduta.
A questo punto non resta che leggere il romanzo per intero per capirci qualcosa!

Jefferson Farjeon è stato un autore prolifico e molto apprezzato nell’Inghilterra tra gli anni venti e cinquanta. Al suo primo giallo dato alle stampe nel 1924 (The Master of Criminal), sono seguiti circa ottanta romanzi (Farjeon continuò a scrivere fino alla fine della sua vita avvenuta all’età di 72 anni nel 1955). Scrisse anche alcune sceneggiature per il cinema tra cui, la più famosa, quella di un film di Alfred Hitchcock, Numero diciassette.

La lettura del romanzo è piacevole e intrigante, soprattutto all’inizio, ma forse Farjeon, più di altri autori, ha risentito del passare del tempo. Il metodo di indagine è piuttosto naif – Agatha Christie ci ha sicuramente viziato – con un ispettore che segue molto il suo istinto e la sua immaginazione non necessariamente supportati dalle prove oggettive di cui veniamo a conoscenza. Ovviamente ne scade sia la tensione che di solito si crea nei gialli deduttivi, sia la competizione tra investigatore e lettore a chi deduce per primo chi è stato e perché.
Nonostante questo una certa suspance è creata dalla delicata figura della signorina Dora Fenner e dall’attaccamento che dimostra verso di lei il giornalista Hazeldean ancora prima di conoscerla. Sarà veramente così indifesa da meritare l’altruistico aiuto e appoggio che le viene generosamente offerto? Se così fosse, risulterebbe datata, più del metodo d’indagine, proprio l’immagine che della figura femminile viene data: una donna insicura e completamente incapace di provvedere a sé stessa. Ma tant’è: Jefferson Farjeon è un uomo nato un secolo e mezzo fa e viene da pensare che dovesse guardare con incredibile sospetto alle nuove tendenze e agli infiammati movimenti femminili di quegli anni.
La lettura è molto evocativa e viene naturale pensare ad una trasposizione cinematografica – il romanzo sembra diviso in scene e in scenografie – e ci riporta all’Inghilterra dell’inizio del ‘900, con la sua argenteria, i suoi sherry, i suoi giovani gentiluomini che vivevano di rendita e potevano permettersi il lusso di imbarcarsi in nuove avventure per salvare damigelle in pericolo. Un romanzo piuttosto complesso con una trama sicuramente ingegnosa la cui non facilissima soluzione verrà svelata, da buon giallo, solo alla fine.


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